Il muratore Giuseppe e il santo omonimo

Racconto selezionato e pubblicato nell'antologia
 "Racconti di Cultora nord-est"
(3° edizione del concorso letterario Cultora)
- Historica edizioni -
Quando i rintocchi delle campane provenienti dal paese vicino echeggiarono nell'aria rovente della sera, il muratore Giuseppe Tapparella si affrettò a stendere sulla parete l'ultimo secchio di malta, poi tirò un sospiro di sollievo sapendo che la sua giornata lavorativa era finalmente giunta al termine. Con un consunto fazzoletto di stoffa si asciugò le pieghe della fronte impregnate di sudore e, subito dopo aver calato con la carrucola secchi sporchi, frattazzi, cazzuole e altri ferri del mestiere, scese dal terzo piano del ponteggio.

Giuseppe Tapparella si ficcò in bocca una sigaretta, la accese e inspirò avidamente e con soddisfazione. Con il palmo delle mani si diede qualche energico colpo sui vestiti da cui si liberò una consistente nuvola di polvere, poi si avviò verso il bidone dell'acqua sistemato accanto alla betoniera, si lavò braccia e viso e si passò numerose volte le mani bagnate fra la grigia desolazione di capelli che portava sul cranio, nell'inutile tentativo di dare un aspetto più giovanile alla sua figura, dopodiché, attese che l'acqua nel recipiente smettesse di ondeggiare e osservò il suo riflesso: vide la solita vecchia e afflitta faccia di sempre.

Era venerdì, e al venerdì Giuseppe Tapparella si impegnava a rendersi almeno presentabile. Non poteva certo cambiare quel suo muso imbrunito dal sole e tagliato dal vomere di tanti anni di fatiche, ma poteva almeno indossare una camicia pulita e strofinarsi la pelle con un Arbre Magique al pino preso in prestito dal cruscotto della sua Fiat Uno. E così fece.

Tutte le sere, prima di ritornare a casa, il muratore faceva una sosta al bar Duemila. Adorava il bar Duemila, soprattutto al venerdì, giorno in cui poteva intrattenersi qualche minuto in più, buttare nello stomaco almeno tre bicchieri gelidi di bianco alla spina e, furtivamente, osservare il lembo di mutandine che spuntava dagli attillatissimi jeans di Irina, la giovane e sensuale barista di origini russe che, da alcuni mesi, faceva il turno del venerdì, servendo, ascoltando e tollerando con finti sorrisi e ancor più finti interessi, la fauna di rozzi manovali e ciarlieri operai che popolava quel posto.

Giuseppe Tapparella, a differenza dei suoi colleghi, non era un soggetto particolarmente loquace, non aveva molte cose da dire, aveva sessantacinque anni, non aveva figli, non aveva mai preso una donna in moglie, non si interessava ai libri o alla politica, né allo sport o al cinema. In realtà non si era mai interessato a nulla, aveva vissuto quasi tutta la sua ignorante esistenza sgobbando al cantiere, nel silenzio e nell'indifferenza per qualsiasi cosa al di fuori di quelle reti arancioni che delimitavano il perimetro dei lavori in corso.

Irina, tuttavia, con quelle mani piccole e così delicate da sembrare fatte di velluto, quei lunghi e lucenti flavi capelli e quel sottile lembo di mutandine dai colori sgargianti, era riuscita a coinvolgere e ad aprire un piccolo squarcio di primavera in quel cuore di vecchio muratore. Irina dominava gran parte dei pensieri di Giuseppe che, durante la notte, nella solitudine del proprio letto, si trasformavano in ardenti avventure ispirate dai giornaletti che da adolescente sfogliava dal barbiere.



Fra le abitudini del venerdì al bar Duemila, c'era anche quella di assaporare l'ultimo bicchiere di vino bianco alla spina sperando nella fortuna con un gratta e vinci. Per Giuseppe era un vero e proprio rituale, quasi religioso e, infatti, mentre grattava con lentezza il biglietto, si concentrava nella preghiera del suo santo omonimo: San Giuseppe.

Quella sera il muratore non fece eccezione all'abitudine, prese posto di fronte al primo tavolo libero con il suo bicchiere colmo e il biglietto da grattare e, per prima cosa, rivelò i numeri fortunati: 49, 17, 22, 9, 7, numero bonus 15. Poi proseguì con calma, raschiando il cartoncino con movimenti estremamente lenti, come un giocatore di poker nell'atto di spizzare le carte.

Il primo numero a uscire fu il 22. Giuseppe si accertò per ben due volte che fosse fra i numeri fortunati. Quando se ne convinse riprese a grattare e rivelò un 9, soffiò sul biglietto per allontanare la polverina dorata che ricopriva in parte il numero e, con mano tremante, proseguì.

Il terzo numero a comparire fu il 49: un altro numero vincente.

Giuseppe Tapparella guardò il biglietto, si asciugò le mani sudate sui pantaloni induriti dai residui di malta secca e, solo ora che i numeri erano in fila, si rese conto che quel 22, quel 9 e quel 49, corrispondevano alla sua data di nascita.

Bevve un sorso di vino e ringraziò San Giuseppe per quel regalo inaspettato che corrispondeva alla cifra di ben cento euro.

Ma non era finita: c'erano altri tre numeri da scoprire.

Lentamente, da sotto lo strato dorato fece capolino un ennesimo numero fortunato: il 17.

Giuseppe Tapparella sapeva, secondo il regolamento, che quattro numeri vincenti corrispondevano a una vincita pari a 25.000 euro. Ricontrollò i numeri e, con gli occhi lucidi per la felicità, si fece il segno della croce e sussurrò un ringraziamento in direzione del soffitto. Ora avrebbe finalmente potuto cambiare quella dannatissima e rugginosa Fiat Uno e comprarsi una di quelle nuove e veloci coupé Alfa-Romeo e, magari, avrebbe anche potuto invitare Irina a fare un giro o, addirittura, portarla fuori a cena.

Giuseppe Tapparella non sapeva molto sulle donne, ma era comunque convinto che una bella automobile e qualche banconota da cinquanta euro potessero comprare anche una notte d'amore.

Prima di tornare a concentrarsi nuovamente sul biglietto, il vecchio muratore fantasticò per diversi minuti, provando prima a immaginare la consistenza delle natiche della giovane bambola dell'est e, poi, cercando di prendere una decisione sul tipo di colore da scegliere per la carrozzeria della sua nuova Alfa.

Il quinto numero a rivelarsi fu il 7.

Giuseppe Tapparella, rendendosi conto che quel pezzo di carta che stringeva saldamente fra le dita aveva raggiunto un valore pari a 50.000 euro, sentì una sensazione di euforia solleticargli il ventre: era un sentimento cristallino di gioia, sentimento che non conosceva o che, forse, aveva smarrito insieme a qualche ricordo di gioventù. I suoi occhi dapprima lucidi, cominciarono ora a rilasciare lacrime di felicità.

Si asciugò il volto tamponandoselo con la manica della camicia e notò che braccia e gambe erano state invase da un lieve tremolio, così inspirò ed espirò lentamente per mettere a bada l'agitazione e, quando riuscì a ritrovare la calma, riprese a pensare.

Pensò che un'Alfa Romeo non fosse un'automobile poi così favolosa, c'era molto di meglio sul mercato. Ogni tanto vedeva arrivare in cantiere l'ingegnere Giacobazzi a bordo di una grossa ed elegantissima Mercedes argentata, e decise che sarebbe stata quella la sua nuova auto. Le automobili Mercedes avevano un marchio importante, nobile, raffinato, e sul cruscotto avevano diavolerie elettroniche e pulsanti di ogni tipo ma, soprattutto: avevano interni comodi e spaziosi. Così spaziosi che già si immaginava la giovane Irina ansimare, mentre sdraiata sui sedili posteriori, con le sue carni rosa flebilmente illuminate dal chiarore lunare, gli faceva segno con l'indice di avvicinarsi alla sue labbra più segrete.

Giuseppe Tapparella guardò i suoi pantaloni lievemente rigonfi e fu felice di constatare che là sotto, il suo amico, aveva ancora voglia di dire la sua con marmoreo entusiasmo.

Il muratore buttò nello stomaco tutto il vino in un unico sorso e fece una smorfia di disgusto. Era un vino pessimo, uno di quei frizzantini chimici, aspri, capaci solo di fare venire acidità allo stomaco. Si chiese come avesse fatto ad accontentarsi di una porcheria del genere per tutti quegli anni. Guardò Irina e si rese conto che aveva i fianchi troppo stretti, e che quelle mutandine colorate erano robetta da ragazzine. A Giuseppe piacevano altri tipi di donne: più mature, con fianchi larghi e seni abbondanti. Magari sulla sua scintillante Mercedes ci avrebbe portato Raffaella, la fioraia che stava di fronte al suo appartamento, lei sì che era una donna vera, bella in carne e col nasino sottile, con quella folta criniera rossa che sembrava un incendio di passione.

Giuseppe Tapparella ordinò da bere, ma questa volta chiese a Irina di portargli un prosecco. Un vero prosecco, non quella robaccia aspra e dal sapore indefinito che gli propinavano sempre.

Irina gli consegnò il bicchiere al tavolo e Giuseppe, senza prima dedicare alcun tipo di sguardo lussurioso alle forme della barista che gli volgeva le spalle per tornare a servire gli altri clienti, riprese a grattare il biglietto.

Era rimasto da rivelare l'ultimo numero: il numero bonus.

Fece scivolare la monetina sul cartoncino con estrema lentezza, senza mai dimenticare di invocare l'aiuto del suo santo favorito.

Rivelò il 15.

Il numerò che raddoppiò la sua vincita. Il numero che lo portò ad ottenere l'esorbitante cifra di ben 100.000 euro.

L'eccitazione che Giuseppe aveva tenuto sotto controllo poco prima trovò nuova forza e il suo corpo riprese a vibrare. Il muratore, questa volta, inspirò ed espirò numerose volte prima di riuscire a tornare padrone di sé stesso.

Si guardò attorno, per accertarsi che nessuno, vedendolo così nervoso, sospettasse la sua vincita e provasse a derubarlo del biglietto. Fortunatamente sembravano tutti impegnati a vivere le loro solite miserabili esistenze, riempiendosi lo stomaco con vino di pessima qualità e la mente con false speranze di conquista sulla giovane Irina.

Giuseppe prese in mano il calice e sorseggiò il suo pregiato prosecco, poi ricominciò a riflettere.

Arrivò alla conclusione che sarebbe stato meglio acquistare uno di quei fuoristrada militari alti mezzo metro da terra piuttosto che una Mercedes. A pensarci bene le automobili della Mercedes erano roba per ricchi viziosi con la puzza sotto al naso e per ingegneri mezzi froci, tutta cravatta e mani piccole.

Giuseppe si sentiva un uomo vero, un lavoratore dotato di una nobile e rara personalità rustica. Si sentiva un uomo come quelli che non ce ne sono più. Non si sarebbe di certo montato la testa comprando una Mercedes, e nemmeno avrebbe cercato di modificare la propria personalità solo perché ora era diventato ricco.

Nonostante ciò, il muratore Giuseppe Tapparella, guardandosi le mani callose decise che, da lunedì, al cantiere avrebbero fatto a meno di lui.

Prese in mano il suo biglietto vincente e rilesse i numeri dandogli, questa volta, un filo di voce: 22, 9, 49, 17, 7, 15.

All'ultimo momento, l'ormai ex muratore si accorse che quei numeri, oltre alla sua data di nascita, identificavano un'altra data: la giornata odierna. Era infatti la sera del 17 luglio 2015.

Giuseppe Tapparella si insospettì e poco prima che potesse realizzare un altro pensiero, percepì un forte dolore al braccio sinistro che, nel giro di pochi istanti, si espanse e gli si concentrò sul petto riducendogli notevolmente la respirazione, come se qualcuno gli avesse scaricato sopra un intero bancale di sacchi di calce.

Si guardò intorno, nella disperata speranza di riuscire a chiedere soccorso, ma notò che il tempo si era come fermato: l'immobilità aveva preso il bar Duemila e tutti i suoi clienti.

Tutti tranne uno. Uno che fino a poco prima non aveva nemmeno notato.

Era un uomo vestito di azzurro, sul viso aveva una folta barba canuta che incorniciava un'espressione di benevolenza e, fra le mani, stringeva un bastone da viandante su cui erano fioriti alcuni gigli bianchi e candidi.

Giuseppe Tapparella riconobbe quella figura all'istante e capì il suo imminente destino. Unì le mani in preghiera facendo scivolare al suolo il suo prezioso biglietto, abbassò il capo e bisbigliando chiese:

«Devo portarmi secchio e cazzuola?»

«Giuseppe, certo che no, non esiste il lavoro qui da noi» rispose beatamente la figura.

Giuseppe Tapparella, di anni sessantacinque, con sulle spalle nove anni di lavoro in nero e quasi quarantuno anni di contributi versati, con tono sconfortato domandò:

«E allora perché non mi avete chiamato prima?»

Poi cadde di faccia sul pavimento del bar Duemila, mentre il suo omonimo, ma santo, apriva le braccia in un gesto che invitava alla rassegnazione.