La voce di Anna

(racconto 4° classificato al primo concorso letterario nazionale "Terra di Guido Cavani")


 Anna aveva mille fiori sul foulard e lentiggini sul naso.
 Anna era dolce, bella.
 Anna era un ritratto in tinte chiare, una delicata melodia di pianoforte. Era l'odore della primavera. Era l'immagine di un aquilone che vola alto nel cielo blu.
 Anna era il primo amore, germogliato fra i banchi di scuola.
 Mentre attraversava la piazza del paese, con passi lievi, la sua lunga gonna bianca, sottile, creava una fantasia di ombre vibranti sotto le chiome di una fila di ippocastani.
 Riccò è un piccolo paese collinare sistemato sulla sponda destra del torrente Tiepido, nella zona meridionale della provincia di Modena. Ed è stato proprio questo paese formato da un pugno di case lo sfondo dei miei giorni più spensierati.
 Stavo seduto sulla panchina a fianco della chiesa di sassi gialli e guardavo Anna avvicinarsi mentre la mia felicità aumentava sempre più e traboccava in un sorriso, in un respiro lento e profondo.
 Era una domenica mattina.
 Era il nostro primo appuntamento.
 Anna mi raggiunse, e nella pancia prese a solleticarmi un'emozione consistente, gelatinosa.
 «Ciao» disse semplicemente, dopodiché prese posto al mio fianco.
 «Ciao» risposi, sperando di non mostrare troppo imbarazzo né sulle guance, né nella voce.
 «È da molto che mi aspetti?»
 «No, sono appena arrivato».
 In realtà ero arrivato con un'ora di anticipo. Avevo passato la notte in bianco, con l'ansia per l'incontro e la paura di non piacerle più, fantasticando dei contatti, sprofondando il volto nel cuscino che immaginavo come la sua pelle e i suoi capelli.
 Io e Anna ci eravamo scambiati numerosi bigliettini nei giorni precedenti, avevamo scritto fiumi di parole e li avevamo fatti scorrere fra un banco e l'altro contagiati dalla corrente dei nostri sentimenti. Ora che ci trovavamo uno di fronte all'altra però, la paura faceva da chiusa, interrompeva il defluire di quell'amore in piena. A stento riuscivamo ad andare oltre una breve frase, e i nostri sguardi si incontravano e si sfuggivano in continuazione: era il volo di una farfalla che si posa da un fiore all'altro.
 Eravamo impacciati, essere lì, al di fuori delle mura della scuola, con gli abiti della festa, senza nessun altro compagno, ci apparve strano e un po' spaventoso, era una visione inedita di noi quella del 'solo noi'.
 Una coppia di anziani uscì dalla chiesa e, quando ci passò accanto, rallentò brevemente per donarci un sorriso seguito da un saluto di lui che, prima di tornare a guardare davanti a sé mi strizzo l'occhio toccandosi la falda del cappello.
 Quel gesto, oltre a darmi coraggio, mi portò a pensare che il mondo intero approvava il nostro amore: un amore denso e sincero. Come solo quello di due ragazzini ancora innocenti può essere.  «Non vedevo l'ora di incontrarti» le dissi.
 «Anche io»
 «Ti va un gelato?» chiesi, e indicai con lo sguardo il bar trattoria che si affacciava sulla strada. Sul terrazzo un paio di ombrelloni facevano ombra a dei tavoli di plastica vuoti.
 «Non mi va. Mi piacerebbe fare una passeggiata» disse.
 «Va bene, dove andiamo?»
 «Non lo so, in un posto dove potere stare da soli».
 Pronunciai un sì deciso e la presi per mano, stringendola forte, ma poi fu lei a guidarmi, e io mi feci trascinare dal vento delle sue decisioni.
 Passeggiamo mano nella mano e raggiungemmo il parco dietro al campanile, era una piccola zona pianeggiante all'ombra di alcuni altissimi pini, dove la terra era rossa. Un gruppetto di bambini chiassosi urlava e correva fra una giostra e l'altra, così decidemmo di proseguire il nostro cammino, scendemmo una collinetta, attraversammo il campo da calcio facendoci strada oltre una recinzione danneggiata dalla ruggine, poi ci trovammo davanti a una radura. Le voci dei bambini e il cigolio delle altalene erano ora echi distanti che si mischiavano al battito del mio cuore.
 Anna mi abbracciò, e decise che quello era il luogo giusto.
 «Se vuoi, puoi baciarmi» disse, con la testa che guardava il suolo.
 Non fiatai e la strinsi a me con lentezza, poi scostai il foulard che le copriva una porzione di mento, le poggiai una mano sul viso e la guidai verso il mio, strizzai gli occhi, cercai il calore del suo naso, e infine sentii le sue labbra morbide, umide, tiepide, incollarsi alle mie.
 Riaprii gli occhi e vidi la carne del suo volto tingersi di rosa.
 Anna si lasciò abbracciare, si abbandonò sul mio petto, come se quel bacio l'avesse prosciugata di ogni energia.
 «Ti batte forte il cuore» disse.
 Avevamo entrambi quattordici anni, ma io, in quell'istante, mi sentii forte e protettivo come un uomo.
 Di fronte a noi le colline illuminate dal sole erano soffici di chiome e, nel cielo, una sola nuvola pallida sembrava attendere che qualcuno giocasse a riconoscere le sue forme.
 Ci sedemmo sull'erba, inspirai e cercai nuovamente la sua bocca, le carezzai i fianchi, carezzai il suo collo di vetro.
 Trovammo il coraggio di guardarci negli occhi per più di un secondo prima di cedere nuovamente alle nostre bocche che, nel frattempo, imparavano a baciare, imparavano ad assecondarsi e, poi, imparavano a parlare e a sorridere, sciogliendo nel sole di quel mattino le gelide incertezze e la paura di una nuova esperienza.
 Quel fiume aveva ripreso a scorrere con forza mentre il nostro amore fruttificava segreto di fronte alle colline, sotto l'ombra allungata di un cespuglio di ginestre.
 Pensai che la nostra unione sarebbe durata in eterno.
 Ma la vita è un treno che sferraglia impazzito sempre sul punto di deragliare, e questo non ci misi molto a scoprirlo.
 Pochi giorni dopo il nostro primo bacio, Anna cessò di esistere.
 Mi dissero che stava combattendo una malattia terribile, che non c'era speranza, e io non seppi mai nulla da lei. Non me ne parlò mai, ricordo di averla vista più stanca il giorno successivo all'appuntamento. Era di lunedì, in un normale giorno di scuola.
 «Non smettere mai di amarmi» disse, «non dimenticarti mai di me».
 Sorrisi divertito alle sue parole, la rassicurai e le dissi che un giorno l'avrei sposata e l'avrei portata a vivere lassù, indicando il castello che troneggiava su Monfestino.
 Ma solo ora capisco quelle parole, l'immensità che racchiudevano, quel suo sguardo attento che coglieva e tentava di imprigionare ogni secondo dei nostri incontri, nell'inutile tentativo di dilatare il tempo che, lei, aveva quasi del tutto esaurito.
 Fu l'ultima volta che parlò, nei giorni seguenti non venne a scuola e, il giovedì mattina, la nostra insegnante diede all'intera classe la notizia del decesso di Anna. L'ultimo granello di quella clessidra era caduto a mia insaputa provocandomi un boato sordo nel petto.
 La primavera di quel millenovecentonovantasei finì così come era cominciata.
 Al funerale ci furono centinaia di persone, piangevano tutte, i suoi genitori si tenevano le mani e parlavano a testa china. Il prete parlava di Gesù e io mi sentii arrabbiato. Si potevano dire un mucchio di cose su Anna, avrei parlato per ore di lei, della sua infinita dolcezza, ma il prete parlava di Gesù, del sacrificio, della morte, cercando di convincerci che lei adesso fosse in un posto migliore.
 Anna non era andata in un posto migliore. L'avevano messa dentro una bara di legno chiaro e adesso la stavano coprendo di terra.
 Prima che chiudessero la bara riuscii a rivederla: aveva una pelle bianca e lucente, sembrava trattenere i raggi del sole. Era bellissima, ma la sua bocca era piegata all'ingiù, in una smorfia di delusione. E non so di preciso perché, ma mi tormentai pensando che quella delusione fossi io, e allora piansi.

 Sono passati più di quindici anni da quel giorno, ma questa mattina il ricordo di Anna è una nostalgia appuntita sullo sfondo di un nuovo inverno.
 Come ogni anno sono tornato al vecchio paese con la voglia di omaggiare Anna. Sono andato nel piccolo cimitero di Riccò e le ho parlato col pensiero di me e della mia vita. Le ho comunicato di essere stato fedele alla mia promessa di amore eterno e di non avere più cercato una compagna, poi ho baciato la sua fotografia e ho continuato il mio cammino.
 Il tempo ha cambiato lievemente il paesaggio: il paese di Pazzano, che sorge sulla collina di fronte, mostra un grappolo di case in più, e la radura che aveva accolto il nostro amore è stata cancellata, ora al suo posto c'è un edificio, sul cartello che mostra il progetto del lavoro terminato pare che quella diventerà una scuola.
 Procedo seguendo il percorso di una vecchia mulattiera che l'erba si sta riprendendo. L'esistenza senza Anna mi ha lasciato un'immagine soffocante di questi colli e ogni passo che compio accumula tristezze.
 Le robinie nude sono carcasse, scheletri di anziani incurvati, malati. Sono monumenti alla malinconia. Le colline nere, cupe, a tratti fulve, sono ricoperte da una trama densa di rose canine.
 Il vento di maestrale porta con sé nuvole basse e torbide che annegano le valli, e il colle di Monfestino diventa un alone grigio sotto il cielo bianco.
 Sono incatenato dentro un groviglio di solitudini.
 Anna non esiste più, se non nella memoria. Ma oggi mi sono accorto di aver perso la sua voce. Scavo nei pensieri ma non trovo la sua voce, non riesco a raggiungerla e, ora, mi sembra di vivere un nuovo lutto. Sento un senso di colpa mischiarmi le viscere.
 Avevo il dovere di farla vivere almeno nei miei pensieri, ma ho fallito.
 Ho pregato, ho cercato il suo fantasma, senza mai scordarmi, nemmeno per un giorno, di osservare il cielo. Eppure, ho perso un frammento di lei.
 Interrompo la marcia e mi siedo sopra un masso, serro le labbra seccate dal freddo e, con gli occhi socchiusi, mi impegno nel ritrovare quella voce. Invano.
 L'abbaiare di un cane echeggia nell'aria seguito dal botto secco di uno sparo.
 Una cornacchia vola radente al suolo in cerca di qualcosa sulla terra indurita.
 Il cielo è bianco. Bianco come il foglio di uno scrittore incapace di narrare.
 Capisco di aver smarrito per sempre quella voce e allora chiudo gli occhi, poi, lento, mi lascio cadere al suolo e fingo di morire.